lovando

If I love you and you love me
we have a nice problem.
But isn’t a problem
if I love you and you love me.

68a934b415bca96263a11ab33be22567

 

 

 

 

Cara amica,

posso intuire, cercare di capire il tuo disagio e la tua sofferenza.
Ma non riuscire davvero a comprenderle, ognuno di noi ha il suo vissuto, il suo passato, la sua storia e
ad ognuno appartengono le proprie ferite e le proprie lacrime.
Quello che solo riesco, e posso dirti, è che non c’è ragione che valga l’interruzione della vita.
Potrei stare qui a dirti quanto sei carina, anzi, bellissima, e quanto la vita sia bella e piena di sorprese.
Ma la verità è che la vita è un casino, più vivi più ti ritrovi circondato da vite piene di disastri,
ogni giorno sfiori l’infelicità di qualcuno, tocchi la tristezza di chi ti sta accanto, dovendo imparare a sopravvivere a tutto questo, aggiungendo ad esso la tua tristezza, il tuo dolore, e talvolta, un peso simile è difficilmente sopportabile. Oggi ho scoperto che abbiamo un dolore che ci accomuna, la perdita di casa, la perdita dell’affetto più sicuro che avevamo, la nonna. Da allora i nostri mondi sono andati confondendosi, abbiamo perso la misura della felicità, abbiamo imparato a vivere sorridendo senza però più provare la sensazione di sicurezza, di famiglia, di casa. Siamo entrambe senza un luogo in cui tornare, non abbiamo un rifugio, qualcuno a cui domandare aiuto quanto le difficoltà si fanno opprimenti.  Questo tuo dolore lo comprendo, in ogni sua sfumatura, in ogni lacrima che hai versato e che ancora a lungo, forse per sempre verserai. Sarà una realtà con cui spesso sarà difficile convivere, e ti confesso che anche a me talvolta è accaduto di perdere fiducia nel futuro, nella possibilità di trovare nuovamente casa, pensando che forse, sarebbe stato meglio finirla qui. Che forse, sapere che qualcuno mi avrebbe pianto, sarebbe stato di sollievo. Poi ho pensato, a quante cose belle mi siano accadute, nonostante alcune di quelle siano oggi causa di tristezza, ma ecco, se avessi posto fine alla mia vita, tutte quelle esperienze non le avrei vissute, quelle emozioni non le avrei provate. E Dio grazie che le abbia vissute. Oggi posso dire con assoluta certezza che non so cosa riservi il futuro, che talvolta sono sorprese, sono magiche sorprese, non puoi sapere quando accadranno, come e in cosa consistono, ma che vale la pena continuare ad esistere perché è solo questione di tempo, prima o poi, accadranno di nuovo.
Ti voglio bene cara amica

VIVERE

 

I’m HSP

Seduti, uno di fronte all’altro.
Ascolti, assimili informazioni.
Osservi, gli occhi analizzano ogni gesto,
ogni smorfia, ogni battito di ciglia,
memorizzano i sospiri dell’altro.
Resti in silenzio, non dici nulla,
ascolti solamente.
Ascolti immagazzinando inconsciamente informazioni e dettagli.
Ti prendi tempo, rifletti ed elabori.
La sofferenza dell’altro t’ investe,
t’ immedesimi, entri nell’altro e ne condividi il dolore,
le paure, le insicurezze.
Il suo dolore diventa tuo,
la sua tristezza la porti anche tu,
le sue lacrime diventano le tue.
Il dolore altrui è inaccettabile,
insopportabile.
Devi, tassativamente, trovare una soluzione.
E’ questione di sopravvivenza,
la sua, di conseguenza la tua.
Se l’altro potrà stare bene,
trovare sollievo o beneficio,
anche tu starai bene.
Quel peso che ti senti gravare addosso si alleggerirebbe.
La lampadina della sopravvivenza propone la sua possibile soluzione,
la tua fantasia trova un modo,
il tuo coraggio lo mette in pratica,
la tua perseveranza ti spinge a continuare.
Devi, fino a che non vedi la luce,
fino a che non arriva un risultato.
Fino a che torna il sorriso,
all’altro, poi a te.
Temi i giudizi altrui,
ipersensibile alle critiche, ne soffri terribilmente.
Se vivi intensamente la felicità,
godendone in ogni fibra del tuo essere,
gioendo da ogni poro della pelle,
allo stesso modo vivi la tristezza.
Nella più cupa disperazione,
nel silenzio assoluto e nell’isolamento totale.
Prediligi le distanze, da tutti, dal mondo,
da chiunque.
Il dolore che si prova è fisico,
non solo emotivo, il male lo si sente dentro.
Una fitta dolorosissima, profonda, ti attraversa.
Dal palmo della mano sinistra arriva diretta la cuore.
E quando raggiunge il cuore si sente  una stretta di dolore.
Una volta pensavo fosse crepacuore.
Pensavo si potesse morire di quella fitta.
Talvolta è così intensa da arrivare fino alla mano destra,
superando il cuore.
Una fitta di dolore che va da una mano all’altra,
nel centro del palmo, attraversando il cuore,
come una lama ghiacciata.
Ci sono tristezze che si portano radicate dentro,
da non essere in grado di comprendere se mai
sarà possibile sanarle.
Quando arrivano quelle tristezze,
si piomba nell’infelicità più nera.
Si parla con sé stessi,
si ha la sensazione come se ci si potesse rompere,
come accadrebbe ad una bambola di porcellana.
Ma quando ami, l’anima te la giochi tutta.
6+Signs+You+Could+Be+a+Highly+Sensitive+Person

La magia dell’abbraccio

 

Chiudendo gli occhi, immaginare, pensare. Sognare.
Stare, in un angolo di braccia e sentirsi a casa.
Tenere gli occhi chiusi, ascoltare il silenzio,
e in tutto quell’immenso silenzio sentire il battito di un cuore, che non è il tuo.
Eppure sentirlo battere, allo stesso ritmo del tuo.
Tenendo gli occhi chiusi, sentire,
avere sensi solo per sentire con l’anima,
provare tenerezza,
sentirsi racchiusi in uno spazio sicuro,
percepire la magia e sentirla sulla pelle.
Pensieri  immobili ed immortali,
sente il cuore, sente l’anima, senti e sfiori,
con la punta delle dita delineare un profilo,
sentire sotto i polpastrelli capelli,
palpebre, occhi, labbra, respiri.
Essere a casa, chiudere la porta in quell’ abbraccio,
chiudersi nelle braccia dell’altro,
ritrovarsi a casa.

 

frasi-aforismi-abbracci-300x296

A cuore aperto…

C’era una volta, un tot di tempo fa, una bambina.
Una bambina normale, come lo sono tutte quelle della sua età, amava giocare, stare in compagnia delle amiche, giocare in cortile, amava tutte quelle cose che amano tutti i bambini.
Ad essere diversa, era soltanto lei rispetto alla casa in cui era nata.
Un po’ come la storia del brutto anatroccolo, lei era un cigno nato in una casa di anatre, o un’anatra in una casa di cigni. E si sforzava tanto per adeguarsi allo stile di vita e di pensiero delle anatre o cigni che fossero, con cui condivideva la vita e la casa.
Lei era diversa perché lei amava l’amore, cosa apparentemente normale, se non fosse che amava l’amore in una casa in cui l’amore non c’era. Era amata, ma lei questo amore non lo sentiva. Lei era una bambina che aveva bisogno di contatto fisico, di baci, di abbracci, di parole d’amore. Tutte cose di cui, guardandosi indietro, una volta diventata adulta, non avrebbe avuto ricordo alcuno, forse perché, baci, abbracci e parole, non ne ricevette mai. Così faceva i salti mortali per accontentare la sua famiglia, solo per avere un riconoscimento, solo per sentirsi dire un brava che tanto non sarebbe arrivato mai. Forse la sua mamma ed il suo papà lo dicevano ad altri, ma non lo dicevano a lei.
A lei avevano sempre preferito la sorella, che era un disastro su tutti i fronti, e questa bambina, pensava che se lei fosse stata più brava in tutto, che se fosse riuscita a far bene ogni cosa ed essere ciò che i genitori si aspettavano da lei, forse prima o poi, l’avrebbero vista, si sarebbero accorti che c’era, che anche lei esisteva, che era viva. Ma purtroppo, un’altra cosa importante mancava in quella casa. Mancavano amore e rispetto.
In quella casa il papà e la mamma si odiavano. Che si odiassero sarebbe stato chiaro sempre, fino a che la bambina sarebbe diventata adulta, con la differenza che da grande avrebbe compreso cose che da bambini non si è in grado di capire, e questa mancanza di comprensione genera in un bambino dei buchi neri, delle carenze e delle mancanze, che mai, nemmeno da adulti, nessuno sarà mai in grado di sanare.
Il papà e la mamma della bambina si odiavano a tal punto da farsi del male fisico. Una volta il papà della bambina, durante la partenza per una vacanza, (momento che per un bambino è fonte di gioia, di novità, di emozioni positive), fermò l’auto a ridosso di una scarpata, minacciando che avrebbe lanciato la macchina nel vuoto e che avrebbe fatto morire tutti, perché lui odiava tutti. La bambina ancora oggi, da adulta, ricorda le grida di terrore, le lacrime della mamma, la paura di morire e di perdere tutto. Forse aveva sette anni, o forse dieci, non ricorda quanti, ma ricorda la paura. La stretta allo stomaco, l’insicurezza, la paura che si prova quando le persone che dovrebbero avere il compito di proteggerti sono quelle da cui tu ti devi proteggere, perché loro possono, se solo lo volessero, mettere fine alla tua vita, e scoprire che chi ti dovrebbe amare invece è pericoloso. E questa è stata una sola tra le tante, innumerevoli volte in cui quella bambina ha provato paura. Ha avuto paura quando il suo papà ha cercato di uccidere la sua mamma, e forse lo avrebbe fatto se in quel momento lei non fosse stata in casa e non avrebbe fatto tanto ma tanto rumore da creare il caos, così che l’attenzione e la rabbia fossero rivoltate su di lei, perché se non le avessero prestato attenzione avrebbe distrutto tutta la casa, e la sua voce probabilmente, dal tanto che urlava. Ha avuto paura quando tornando a casa ha trovato il suo papà con il volto sfigurato, perché la mamma aveva imparato a difendersi, ma lei, quella volta aveva già più di vent’anni, ed in quel momento comprese che niente mai sarebbe cambiato, che le persone che ami sono quelle che nella vita sono destinate a farti più male.  Ha avuto paura in tutte quelle occasioni in cui arrivava la notte dopo i litigi, e lei non poteva dormire, non poteva, doveva stare sveglia, tenere occhi ed orecchie aperte per stare ad ascoltare ogni rumore, per la paura che il papà potesse uccidere la mamma, o viceversa.
E non dormire, e avere paura del buio perché il buio porta via le cose, porta via i bambini e trasforma i grandi in mostri.
Così anche da grande avere paura del buio, perché al buio qualcuno potrebbe sempre venire per farti del male, qualcuno che non conosci, o che conosci perché è proprio chi conosci che fa male, è chi abita in casa con te, è chi ami che uccide.
Eppure, nonostante tutto la bambina viveva, incurante dei solchi che tutto questo lasciava nella sua anima, di quanto la paura fosse diventata una presenza costante nella sua vita, ma quella bambina, quella piccolina non si arrendeva, lei credeva che la vita le avrebbe offerto di più, che nella vita si poteva e si doveva avere di più, così leggeva e leggeva tutto quello che trovava. E leggeva Shakespeare. Lo imparava a memoria, che alle medie sapeva ripetere a memoria il monologo dell’Amleto, e piangeva con Giulietta e Romeo, e cantava e danzava con le fate ed i folletti. Perché se esistevano odio e paura, esistevano per forza di cose amore e magia, e lei, li avrebbe trovati, tutti, sia l’amore che la magia, e cavalcava i sogni, e sognava di volare, di andare lontano, il più lontano possibile da radici che non aveva, da una casa che non aveva e da una famiglia che non sentiva come sua, ma in prestito, si era sempre sentita così, in prestito ad un luogo che non era suo.
E cresceva ancora e ancora, superando e sopravvivendo ma senza mai smettere di sognare che un giorno lei avrebbe vissuto davvero, in un posto lontano, dove esisteva solo l’amore.
La bambina cresceva, fino a diventare adolescente, sembrava più grande della sua età, sembrava una donna.  I ragazzi non le interessavano,  li guardava, da lontano, in maniera distratta, ma non si sentiva all’altezza. Eppure era bella, almeno così le dicevano tutti, la chiamavano miss tanto era alta e bella.
Solo che gli anni erano ancora pochi, troppo pochi, solo dodici, e a dodici si è solo bambini.
Troppo bambini per risvegliare l’interesse di uomini adulti che non si sanno controllare, che non sanno tenere a posto le mani.
E tornava la paura, e l’incomprensione verso chi diceva di essere amico della mamma e del papà ma che poi, trattava una bambina come si tratta una donna. I bambini sono bambini, non sono adulti e le bambine sono bambine non sono donne. A dodici anni, almeno quelli di allora, si giocava con le bambole, non con i maschi.
La paura si mescolava a confusione, per qualcosa che non si comprende, per qualcosa più grande di te che non puoi capire e che non puoi però raccontare.
Non lo puoi dire perché a chi lo diresti, non conosci nessuno a cui poter dire una cosa così, non hai una mamma o un papà che possano capire, darebbero la colpa a te, perché forse è colpa tua, forse hai fatto o detto qualcosa, perché sempre, è colpa tua.
Così lei aveva imparato a costruire i suoi primi silenzi, i suoi primi muri, ad avere i suoi primi segreti.
Segreti col mondo, segreti con la famiglia, segreti perfino a sé stessa, perché ci sono cose che hai solo un modo per superarle quando sei sola, fare finta che non siano mai accadute e che certe persone, non siano mai esistite.
Ma una cosa del genere ad una bambina di quell’età, fa un danno enorme, quello di credere e di convincersi che se vuoi attenzioni quello è l’unico mezzo che hai, usare te stessa. Quello che la natura ti ha regalato. Così ti vedranno, così si avvicineranno, così si accorgeranno di te e forse se si accorgeranno di te, ti ameranno anche. Tanto vale tentare.
Ma intanto, quella ragazzina, continuava a sognare. Il tempo passava, ma lei continuava a sognare e credere che un giorno…
Tra un tentativo e l’altro, di cercare un cuore che fosse capace di battere all’unisono col suo, tentativi naturalmente naufragati tutti uno dopo l’altro, perché quando cerchi l’amore così lo cerchi nel modo sbagliato, ma tra un tentativo e l’altro, apparve un ragazzino.
Un ragazzino che la voleva per com’era davvero, non per cosa c’era fuori, ma per ciò che c’era dentro.
Lui l’amava, e lei voleva essere amata, e voleva volare via da quella casa, da quella vita, da quella famiglia da tutto l’odio che aveva visto. Voleva trovare qualcuno che si prendesse cura di lei, qualcuno che l’amasse davvero, qualcuno che non le facesse del male, qualcuno che le sarebbe stato accanto, qualcuno che le desse sicurezza, qualcuno che non l’avrebbe delusa mai.
Fino a che quel ragazzino lei lo sposò, lo amava tanto, tantissimo, ma non gli sapeva dare tutto il cuore, perché tutto il cuore non si da a nessuno, perché il cuore si rompe se lo dai in mano a qualcuno.
Ma lui era buono, era gentile, lui l’amava, lui si prendeva cura di lei, lui le dava sicurezza.
Ma lui non era il suo  sogno, lui non poteva farla volare, lui non poteva farle toccare il mondo che lei sognava, perché lui era un ragazzo semplice, era buono, di buon cuore, era semplice nei modi e nei mezzi, ma lui l’amava.
Così lei fece una scelta, mettere nel cassetto tutti i sogni e le speranze, ed accettare ciò che a quanto pare, era il meglio che la vita potesse darle, qualcuno che la facesse sentire al sicuro.
E così fu, arrivò il giorno in cui la ragazza diventata donna ed il ragazzo diventato uomo, si sposarono. Felicemente. Ma non vissero per sempre felici e contenti, perché un giorno accadde qualcosa.
Un giorno arrivarono i problemi, arrivarono le difficoltà, e quella donna, che col tempo aveva imparato a regalare tutto il suo cuore a quell’uomo buono, si rivolse a lui, perché l’aiutasse, perché le stesse vicino, perché insieme lavorassero per trovare una soluzione, perché lui l’amava.
Ma accadde una cosa che quella donna non si sarebbe mai e poi mai aspettata.
Lui la guardò dritta negli occhi, non fece nulla, ed in silenzio le voltò le spalle.
Lasciandola solo nell’anima, lasciandola sola coi problemi, lasciandola sola con le difficoltà.
Restò accanto a lei con il corpo, ma si allontanò da lei con anima e cuore.
La donna che aveva due bambini ne rimase scioccata, traumatizzata.
Lui allora non l’amava, lui non sapeva prendersi cura di lei, lui non si era mai davvero preso cura di lei, lei lo aveva creduto, ma lui non lo aveva mai fatto, lui non sapeva starle accanto, lui non c’era.
Lui non c’era, ed il giorno seguente non c’era, il seguente ancora non c’era, ogni singolo giorno per anni, lui non ci fu più, il suo corpo era lì, ma il suo cuore e la sua anima no.
Così questa donna si svegliò un giorno come se fosse stato il suo primo giorno, la sua prima sveglia, il giorno della sua prima vera nascita.
L’unica persona su cui lei aveva contato da sempre, sin da ragazzina, si era rivelata una delusione, forse per paura, forse per incapacità di gestire la situazione, ma di fatto, l’unico vero essere umano in cui lei avesse mai messo radici, non aveva intrecciato le proprie a quelle di lei.
Con il passare del tempo quella donna si domandò cosa fosse rimasto dei suoi sogni di bambina, perché mai li avesse accantonati per qualcuno che non esisteva se non nel suo immaginario, qualcuno che non era mai davvero stato come lei lo aveva visto, o come da sempre lo aveva voluto vedere.
Passarono altri mesi, poi altri anni, e quella donna sempre più perduta e spaesata, non sapeva più in quale maniera si dovesse guardare il mondo.
Fu allora che tornò indietro, tornando ad essere ciò che era sempre stata, tornando ad avere i sogni di un tempo, tornando a credere che da qualche parte, qualcuno che conoscesse l’amore esisteva, tornando a credere in elfi e favole, tornando a sognare di volare, e che lei un giorno sarebbe volata via, verso una casa vera, ma con una certezza che oramai le si era radicata dentro, al mondo non esiste nessuno che si prenda cura di un’altra persona, nemmeno per amore. Nessuno. Doveva fare da sola, perché nessuno mai si sarebbe preso cura di lei.
In questo salto nel passato quella donna tornò ad essere in tutto e per tutto la stessa bambina di allora, con le stesse paure, le stesse ansie, le stesse insicurezze e lo stesso modo di cercare l’amore.
Quando hai solo un modo di funzionare, non hai alternative, quello è il tuo modo.
Così quella donna fece qualcuno degli stessi errori che fece da ragazzina, rimasero errori. Da adulta lo comprendeva, ma d’altra parte, altro non erano che un tentativo, l’ennesimo, di cercare l’amore.
Quella donna imparò a far da sola, aumentarono i suoi muri con il mondo e la famiglia, che suo malgrado non cambiava, la stessa violenza, lo stesso odio, ripetuto sempre sempre uguale.
Ma lei imparò a decidere per sé, senza coinvolgere più nessuno nelle sue decisioni e nelle sue imprese, nemmeno quell’uomo rimasto con lei con il corpo ma lontano da lei con l’anima.
Lui viveva con lei, ma lei non era più sua, non si sentiva più sua, e forse mai lo era stata davvero.
Lei voleva volare, voleva andare lontano, sognava un lavoro diverso, che la portasse a contatto con le persone, e soprattutto che la portasse lontano da li, di nuovo da quella casa che avrebbe dovuto salvarla, ora era la sua prigione.
Così un bel giorno, lei fece le valigie, salutò tutti e partì alla ricerca di sé stessa.
To be continued….

E vissero felici e contenti….                                       Ma non per sempre….

 

Che per sempre non esiste mai,
per sempre ha una durata da variabile
“per un tot”, “per un bel po’”.
Quel per sempre dura solitamente quando basta,
un giorno, un mese un anno, dieci anni se sei fortunato.
La vita è fatta di continui cambiamenti,
credi di essere arrivato
e scopri di non essere arrivato affatto.
Sei in viaggio, sempre.
Non esiste un arrivo, un finale.
Non esiste l’happy end semplicemente perché non esiste un end.
Esistono tanti piccoli step, vissuti più o meno felicemente,
ma ogni vita è come un libro,
strutturata a capitoli.
Ogni capitolo ha un inizio, uno svolgimento ed una fine.
Momenti legati a particolari avvenimenti,
legami, relazioni, location geografiche differenti, insomma,
la vita di ognuno è caratterizzata da una moltitudine di vite differenti.
E tra una vita e l’altra, c’è quella fase di mezzo,
transitoria, di passaggio, solitamente caratterizzata da incertezze,
dubbi, isolamento, solitudine, tristezza, confusione.
Tutto ciò che sta in mezzo al cambiamento.
Tra una vita e l’altra, navighiamo in un mare in tempesta,
cercando di resistere alle onde che il più delle volte
tentano di affondar la nave.
Navighiamo giorni interi, mesi interi talvolta, senza mai vedere terra.
Ma quando la scorgiamo, da lontano,
sappiamo che lì avrà inizio qualcosa di nuovo,
ancora, nuovamente.
Vita, morte, vita… accettare i cicli vitali,
riconoscere che ad ogni inizio è destinata a seguire una fine,
e ad ogni fine, seguirà sempre, un nuovo inizio.
E vissero felici e contenti… per un tot…
51y-iooylml1

Quando le parole non bastano più

 

Non distogliamo lo sguardo, fissiamo lo sguardo e l’anima su queste immagini,
un dolore ed una sofferenza che ogni giorno consentiamo venga perpetuato,
lo vediamo  e lo sentiamo lo schifo? lo scempio la violenza che generiamo?
Immagini che lasciano un segno profondo,
che scavano nell’anima di chi riesce a sentire, provocando una fitta di dolore insanabile.
Non ci sono parole che possano lenire,
non esistono soluzioni o risposte che possano sanare il dolore di un padre, di una madre,
di un Paese intero messo in ginocchio dalla sofferenza causata dalla guerra.
Solo un inutile, tragico e terribile spreco di vite umane.
Di vite innocenti, di piccoli bambini che il mondo dovrebbero guardarlo con occhi sognanti,
bambini che ogni genitore dovrebbe avere il sacrosanto diritto a veder crescere.
Piccole vite spente, a causa di errori troppo gravi, imperdonabili di mostri che giocano al potere,
e lo fanno con la vita dei più piccoli.
Sono sempre i bambini a pagare le mostruosità dei grandi.
Sulla loro pelle la crudeltà degli adulti.
Piccole vite innocenti che volano via così, interrotte nel modo più doloroso che si possa mai pensare,
dopo essere stati costretti a subire e vivere il dolore, la sofferenza, lo strazio infinito generato dalla guerra.
Come fa il cuore a non spezzarsi, in milioni di pezzettini.
Come si fa anche solo ad immaginare cosa possa soffrire un papà
a cui altro non resta che piangere la vita della propria bambina rubata,
strappata con la violenza, insieme ad un pezzo del suo cuore, parte della sua anima.
Come possiamo aspettarci che tutto questo non generi altro odio, altra violenza.
Non posso immaginare l’ultimo pensiero che ha accompagnato la vita di questo bambino,
e non posso nemmeno avvicinarmi al dolore che può aver provato questo padre,
privato con violenza della sola ragione di vita che tiene in piedi un uomo,
che permette ad un genitore di vivere, ad un uomo di sopravvivere in un mondo sbagliato.
Se esistiamo, se viviamo, se respiriamo e se ancora speriamo e sogniamo,
è solo grazie ai bambini.
E’ solo grazie a loro che abbiamo ancora un mondo in cui vivere,
è grazie a loro che ancora sorridiamo.
I bambini soli sanno vedere la vita per ciò che è, con occhi pieni di meraviglia e stupore,
loro lo insegnano a noi adulti quotidianamente, in ogni angolo del mondo,
eppure, noi riusciamo a deluderli nel modo più vergognoso possibile,
privandoli con violenza della magia a cui hanno diritto,
privandoli di una casa, privandoli dell’amore che meritano,
privandoli della vita stessa,
ed a quell’amore che loro incondizionatamente ci regalano,
Noi rispondiamo mettendo nelle loro mani un mondo buio ed orribile,
restituendo alla loro gioia ed al loro gioco, morte e sofferenza,
senza renderci neppure conto che ogni volta che un bambino muore,
anche una parte di noi, di ognuno di noi,
muore con lui.

orrore

Siamo tutte un po’ Bridget Jones

 

sbadate, distratte, maldestre.
In lei rivedo me stessa, nei momenti tutto sommato più divertenti,
guardando a quei difetti con ironia.
Difetti che in fin dei conti,  altro non sono che caratteristiche distintive di personalità un po’ fuori dalle righe, diversi rispetto a quella normalità,  quel giusto o sbagliato che gli altri si aspettano di trovare in una persona adulta.
Divertente rivedere lei, io, noi,  un po’ tutte noi donne, o forse non tutte ma buona parte di noi,
perse nei nostri mondi fatti di pasticci involontari ed un po’ provocati dalla nostra ansia di vivere.
Rivedere in lei me stessa, che dimentica allo sportello del bancomat borsa e chiavi di casa,
ritrovandosi sotto la pioggia, chiusa fuori di casa, a piangere e ridere di se stessa.
Con la differenza che per lei, per la vera Bridget, giunge in soccorso il  principe azzurro,
quello senza macchia e senza paura,
mentre per noi altre, nella vita reale, solitamente non si presenta nessuno.
Spesso e volentieri ti ritrovi chiusa fuori, sotto la pioggia,
ad osservar te stessa e chiederti come possa esserti accaduto di ritrovarti così.
Con il rammarico che non per tutte ci sia un Mr. Darcy pronto a salvarci ogni qual volta ne combiniamo una.
Siamo state tutte almeno una volta nella vita quella Bridget che dopo una notte di follia con un perfetto sconosciuto, lascia la stanza poco fiera di sé, ma poi, sollevando gli occhi al cielo, si rassicura, libera di  sentirsi donna e di sentirsi libera, che per una volta, ha  semplicemente fatto ciò  che le andava di fare, fosse una notte di sesso, una fuga solitaria in un posto sconosciuto, una notte sotto una tenda indiana in compagnia di un gruppo hippie a suonare la chitarra al chiaro di luna, o una follia qualunque.
Ci siamo sentite tutte, almeno una volta nella vita, in disaccordo con noi stesse.
Combattute tra l’aver fatto bene o male, condizionate magari da ciò che può essere considerato giusto o sbagliato secondo il punto di vista altrui, dimenticando per un momento che l’unico punto di vista ad aver ragione è il nostro, libere di fare e di essere ciò che siamo.
E chi lo sa, forse qualcuna di noi è o stata come Bridget, contesa tra due amori,
o con il cuore diviso a metà, tra due uomini completamente diversi l’uno dall’altro,
innamorata forse di entrambi o forse di nessuno dei due.
Il bello, affascinante e prestante, perfetta intesa sessuale,  capace di sorprenderla,
folle quanto lei per prendersi per mano e volare insieme verso l’ignoto.
E l’uomo maturo, quello razionale, riflessivo, più serio o forse solo più serio in apparenza.
Ma capace di leggerle dentro, in grado di conoscerla meglio di quanto sia in grado di fare lei stessa.
Capace di dire la cosa giusta al momento giusto, di essere nel posto giusto al momento giusto.
Sarà, ma a me, l’uomo capace di far follie per amore, non è mai capitato.
Non ho mai incontrato in vita mia nessun uomo che avesse il coraggio di prendere un treno solo per vedermi e potermi dare un bacio, solo per dirmi ciao, ci sono, vali il rischio.
Riconosco invece quanto siano gli uomini oggi a voler esser cercati,
quanto abbiano bisogno di sentirsi desiderati, voluti, amati, rassicurati.
E pensare che un tempo erano proprio loro a far follie per amore, a corteggiare.
Del resto siamo tutte Bridget Jones, che nonostante tutte le disillusioni non smetteranno di sperare,
che prima o poi, nella vita incontreranno qualcuno disposto a commettere una pazzia,
solo per farci sentire importanti, un istante soltanto, in una sola occasione,
così da rinnovare quella fiducia oramai perduta,
che l’uomo dei nostri sogni esista davvero, e che sia lì da qualche parte, ad aspettare noi.

 

bridget-joness-baby-maxw-654

Torrelaghite acuta

 

 

Sono innamorata del mare, della spiaggia e del sole.
Sono innamorata della pineta che attraverso per raggiungere la spiaggia.
Ho bisogno di essere inebriata dal profumo dei pini marittimi.
Quando passeggio in pineta chiudo gli occhi per sentire quell’odore,
di legno e resine, che si intensifica quando fa caldo.
Ho bisogno di respirare il mare,
di sedermi sulla spiaggia,
con un libro in mano, il sole addosso, i bambini che giocano
ed il sorriso stampato sulla faccia.
Ho bisogno del sottofondo delle onde che si infrangono sulla riva,
degli schiamazzi dei bambini,
della sabbia fresca sotto i piedi e del vento tra i capelli.
La volta scorsa ho  lasciato la Oceano Mare,
sperando che presto sarei tornata per poterlo leggere.
Sono innamorata di Torre del Lago.
Strana località.
Il nulla da un lato, natura selvaggia, spiagge incontaminate,
silenzio mare e natura, esattamente come piace a me.
Dall’altro lato, eccessi di altra natura…
altro genere di spettacolo, ma divertente,
mai volgare e certamente non fonte di disturbo per me.
Mi piace la diversità che convive allegramente  in quel paesino.
Amo Torre del lago perché quasi tutti hanno il cane,
hanno anche un monumento dedicato ad un cane.
Mi piace che il pane lo si debba acquistare solo dal “fornaio”,
così come il latte o i vari generi alimentari solo in “posteria”,
le uova le trovi fresche in fattoria,
grazie a quelle quattro galline che scorrazzano liberamente per il cortile.
Mi piace che qualunque cosa tu voglia comprare,
la trovi a portata di mano, in piccole bottegucce, negozietti,
niente supermercati o centri commerciali con aria condizionata.
Mi piace che la pizza margherita costi 3,50 euro,
che con 17 euro si possa cenare fuori assicurandosi qualità top,
simpatia e allegra compagnia.
Mi piace che invece di domandarti se qualcosa ti piace ti chiedono
“le garba?”, mi sembra un modo più cortese e cavalleresco.
Mi piace Torre del Lago, perché quando ti svegli, senti l’odore del mare,
mi piace perché in poco tempo puoi raggiungere Lucca,
una delle città più belle che abbia mai visto.
Mi piace perché alle spalle hai le montagne,
e la vista è incantevole,
mi piace perché quando sono lì, mi sento come fossi a casa.
Mi piace perché, ahimè, come accadde a suo tempo a Puccini,
temo di essere affetta da “torrelaghite acuta”
« Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia… abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccherona d’estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d’inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi. Dicono che nella Pineta “bagoli” anche un animale raro, chiamato «Antilisca»[5]… »
Pertanto sole, ti sarei davvero grata,
immensamente grata,
se mi concedessi il dono della tua presenza per questo fine settimana.
Mi rendo conto che la mia richiesta può non sembrarti importante
rispetto a tante altre, e lo comprendo,
ma ho davvero bisogno di te,
ho bisogno di vedere il mare.

torre